Un nuovo modo di pensare al patrimonio culturale

Un nuovo modo di pensare al patrimonio culturale

Dichiarazione dell’Onorevole Flavia Piccola Nardelli
Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, fatico un po’ a ritrovarmi in alcune delle letture che della Convenzione che ci apprestiamo a votare fanno o hanno fatto alcuni dei colleghi che mi hanno preceduto, Presidente, perché è molto letta sull’oggi, pretestuosamente sull’oggi, quando la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa, che oggi ci apprestiamo a ratificare, ha ormai quindici anni di storia alle spalle. Noi, addirittura, arriviamo a questo appuntamento in ritardo, perché è una Convenzione stipulata a Faro nel 2005, entrata in vigore nel 2011, sottoscritta dal nostro Paese nel 2013: solo oggi viene ratificata, quando sono ormai arrivati a diciannove gli Stati europei che l’hanno approvata nel loro ordinamento. Il testo di ratifica aveva iniziato l’iter in Parlamento nella XVII legislatura, ma il suo percorso era stato rallentato da quelle forze politiche che ancora oggi si oppongono alla sua ratifica e non era riuscito a concludersi. In questa legislatura, già ad aprile 2018, il Partito Democratico ha ripresentato il provvedimento alla Camera e al Senato, evidente segnale dell’importanza che a questo testo noi riconosciamo. Questo, Presidente, non è un documento che arriva inaspettato: arriva a questa votazione dopo un approfondito esame in sede referente della Commissione affari esteri e con il parere rafforzato della Commissione cultura. Rappresenta l’ultima tappa di un percorso che nasce da lontano, quando, alla fine del secondo conflitto mondiale, tutto il patrimonio culturale europeo era fortemente compromesso per le distruzioni operate dalla guerra. Mai, come allora, occorreva ribadire l’urgenza del dialogo e della comprensione reciproca, con l’obiettivo di fare della diversità del patrimonio culturale europeo una grande opportunità culturale. E dal 1954 ad oggi, il Consiglio d’Europa ha elaborato politiche di indirizzo in materia culturale, in un processo che ridefinisce quelli che sono chiamati i diritti di seconda generazione, rispetto ai diritti civili e politici cardine della Convenzione europea. È su questi diritti di seconda generazione che si basa la Convenzione di Faro: la cultura, sinonimo per un secolo dell’esaltazione dello Stato nazionale, venne vista, invece, come strumento per la valorizzazione di valori comuni. L’Accordo, stipulato nel 1954, divenne il primo di una serie di convenzioni di diritto internazionale che, con cadenza quasi decennale, allargarono, via via, il quadro di riferimento del patrimonio culturale. La Convenzione di Granada rafforzò il patrimonio architettonico, come fece quella di Amsterdam del 1975, si sviluppò il concetto di conservazione integrata, affidata ad ogni nazione contraente, per preservare il patrimonio architettonico posseduto. Divenne prioritario prendersi cura dei monumenti inserendoli in una pianificazione urbana diffusa, anziché vederli come entità isolate. L’obiettivo rimase la conservazione dell’infinitamente ricco e diversificato, come viene definito il patrimonio europeo. L’obiettivo principale delle politiche urbane, fonte di memoria collettiva europea e strumento di studio storico e scientifico, come la Convenzione lo definisce, divenne conservare e valorizzare il patrimonio archeologico. E oggi, Presidente? Oggi, per la prima volta, si chiede di garantire l’accessibilità di tale patrimonio alla cittadinanza, anche attraverso un’azione conoscitiva che spinga a riappropriarsi del passato. È un tema che ci è molto caro, perché consente di correggere un’impostazione per molto tempo dominante nel nostro Paese; abbiamo parlato moltissimo di tutela e di riordino del nostro patrimonio culturale e materiale, relativamente poco di valorizzazione, pochissimo di uno dei diritti che consideriamo fondamentali, quello del diritto di fruizione del nostro patrimonio, affrontato per la prima volta in maniera esplicita nel decreto n. 146 del 2015, tanto che oggi, come questo Parlamento sa bene, i diritti essenziali di cittadinanza nel nostro Paese sono quattro: salute, educazione, trasporti e cultura. In questi anni, la Convenzione di Faro è diventata ormai punto di riferimento per molta parte della cultura europea, sia perché riprende molte delle suggestioni elaborate nel tempo, sia perché rappresenta comunque un segno di discontinuità con il passato, riconoscendo ad esempio un ruolo centrale in campo culturale anche al paesaggio e intervenendo nella lotta al traffico illecito per salvaguardare il patrimonio culturale per le generazioni future. La Convenzione disegna dunque un quadro di riferimento nuovo per le politiche sul patrimonio culturale, ne rimarca il valore e il potenziale come risorsa per lo sviluppo durevole e per la qualità della vita e lo definisce come l’insieme delle risorse ereditate dal passato, autentico riflesso dei propri valori e delle proprie credenze, arrivando a delineare il concetto di comunità patrimoniale come l’insieme di persone che attribuiscono valore a quel patrimonio, che vi si riconoscono. Per questo, il testo pone uno stretto raccordo fra il patrimonio culturale e gli strumenti della conoscenza e della formazione. Naturalmente, la formazione: la Convenzione prevede la salvaguardia delle figure professionali coinvolte nel settore, così come precisa che dalla sua applicazione non possono derivare limitazioni rispetto ai livelli di tutela garantiti dalla Costituzione e dalla vigente legislazione in materia. Insomma, Presidente, la Convenzione di Faro è pienamente coerente con la nostra legislazione, anche quando riconosce un ruolo attivo e strategico a quella che con una felice immagine definisce eredità di comunità, fondata sul presupposto che la conoscenza e l’uso dell’eredità culturale rientrino a pieno titolo fra i diritti dell’uomo e in particolare fondino il diritto dell’individuo a prendere liberamente parte alla vita culturale della comunità, stabilendo così un processo partecipativo di valorizzazione del nostro patrimonio culturale, materiale e immateriale, come frutto dell’ingegno, dell’esperienza, dell’ispirazione di chi ci ha preceduto. Questo è per noi il valore della Convenzione di Faro e per questo il Partito Democratico ne voterà la ratifica con convinta soddisfazione, grazie Presidente.