• DISCORSO PER IL 73. ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

    Ceregnano, 25 aprile 2018

    Care cittadine, cari cittadini di Ceregnano e del Polesine,
    la nostra presenza in questa piazza, in questi luoghi, oggi, testimonia che nel ricordare il 25 aprile 1945, le pagine gloriose e tormentate della Resistenza, i giorni della guerra e della Liberazione, non è in gioco soltanto la memoria di un evento o di eventi del passato, la dimensione della pura rievocazione storica o di una memoria collettiva ancora intrisa, in territori come il nostro, di rimandi locali e, spesso, privati, familiari.

    Ciò che è in gioco è il presente… e il futuro della nostra nazione. Il modo in cui noi, polesani, veneti, italiani, scegliamo coscientemente di rileggere il nostro doloroso passato e di riconoscere in esso, nel riscatto dal fascismo, nella spontanea reazione di sempre più larghi strati della società italiana contro gli orrori del conflitto, nella forza del movimento partigiano, soprattutto grazie al sacrificio e all’esempio di coloro che combatterono per la libertà, donne e uomini, la prima radice di una nuova libertà, che ha trovato e che trova tuttora la propria massima espressione nella Costituzione e nella Repubblica democratica.

    Una Repubblica che – non a caso – ricordiamo ancora oggi essere sorta dalla Resistenza, dalla lotta in armi del popolo italiano contro la dittatura e contro ogni forma di oppressione. E una lotta che, come ha già avuto modo di ricordare il presidente Sergio Mattarella, a proposito di questa data, nasceva molto spesso, specialmente nei giovani, dal rigetto di una educazione autoritaria e guerrafondaia, da imperativi etici, dalla coscienza dell’ingiustizia, dalla ribellione istintiva contro i soprusi e le prevaricazioni del regime, condizioni accentuate dai drammatici accadimenti del periodo bellico e dalla alleanza con la Germania di Hitler, prima che dalla maturazione di una precisa convinzione ideologica o da una chiara scelta di militanza politica.

    Così ha scritto lo storico prof. Santo Peli nel suo volume Storia della Resistenza in Italia: “Comprendere grandezza e limiti della Resistenza, intravederne i contorni utopici quanto il realismo politico è possibile solamente pensando a una società che vent’anni di fascismo hanno in gran parte spoliticizzato e appiattito, occupando tutti i gangli vitali della vita collettiva: ‘la piazza’, la cattedra, l’informazione. (…) Il ruolo decisivo di intellettuali, studenti, ufficiali e sottufficiali dell’esercito nella resistenza armata deriva, in buona parte, dalla necessità di inquadrare e alfabetizzare una massa di ragazzi completamente digiuni non solo di nozioni e abitudine alla politica, ma anche forgiati dalla scuola fascista, dalla fabbrica e dall’esercito, cioè da ambienti destinati a rinforzare in termini gerarchici una pedagogia di massa (…)”.

    Abbiamo così certamente il dovere di ricordare, tramandare, onorare i sacrifici e gli esempi, fare in modo che la memoria del 25 aprile non sia qualcosa di “ossificato”, ristretto, chiuso in se stesso, nella riproposizione di ritualità e di occasioni che possano apparire sempre uguali, magari solo un po’ più tristi o stanche del solito, bensì un momento vivo, realmente meditato e vissuto, proiettato sul nostro presente e, come si è accennato, anche sul nostro futuro. Sul nostro futuro, sul nostro destino… di popolo e di democrazia. Questo perché la libertà, la democrazia, i diritti, i nostri valori, ed anche lo straordinario compromesso rappresentato dalla nostra Carta costituzionale… devono sempre essere difesi e promossi, nel nostro Paese come, se vogliamo essere pienamente coerenti, in Europa e ovunque nel mondo.

    Oggi, specialmente a livello internazionale, sembriamo vivere una fase di relativa “stagnazione” della democrazia. Dopo il 1989, dopo la fine del comunismo e della guerra fredda, dopo epoche anche molto recenti in cui a prevalere erano l’ottimismo, la fiducia nella diffusione dei valori liberali e democratici, nell’espansione delle libertà, ci risvegliamo in un mondo più incerto, più frammentato, pieno di tensioni, con guerre che – come in Siria – arrivano a sconvolgere popoli e paesi geograficamente e storicamente a noi vicini. Soprattutto è crollata la fiducia “ingenua” nella possibilità di esportare da Occidente la democrazia, magari – se pensiamo all’Iraq, alla Libia – ammantando con queste parole e con questa missione meno nobili fini di supremazia economica e militare.

    Nazioni importanti come Russia e Turchia paiono avere scelto definitivamente di seguire la via verso la creazione di sistemi autoritari, o forse di strani ibridi, in cui la pratica elettorale formalmente democratica o almeno la retorica democraticista coesistono con situazioni in cui sono sempre più drammaticamente ristretti o del tutto negati gli spazi per le voci di opposizione o più semplicemente libere, per il dissenso, per la critica, per le minoranze.

    E pure in paesi civilissimi, di antica cultura, che fanno parte dell’Unione europea, come l’Ungheria si vincono le elezioni facendosi un vanto e promettendo la prossima instaurazione di una “democrazia illiberale”. Una potenziale, pericolosa deriva. Una sfida aperta ai nostri valori e alla nostra concezione della democrazia, insomma, che non può mai essere sinonimo di tirannia della maggioranza e di conseguente restrizione del campo dei diritti e delle libertà. Non solo ad Est, purtroppo, sono tornati pericolosamente a spirare i venti del nazionalismo, del razzismo, della xenofobia, dell’antisemitismo, come se i moniti del passato non riguardassero prima di tutto la storia del nostro continente nel corso del XX secolo, un evento come la Seconda guerra mondiale, gli errori e le perversioni che hanno scatenato la furia bellica e prodotto una ecatombe senza precedenti, costata distruzione, macerie, devastazione, milioni e milioni di vittime.

    Anche per questi motivi, consapevole di uno scenario politico europeo e mondiale in rapida trasformazione e carico di contraddizioni, di potenziali conflitti, la nostra democrazia – che nonostante tutto è e rimane una democrazia forte e matura, radicata nelle istituzioni, nelle leggi e nella vita di milioni di cittadini – non può rimanere inerte o peggio silente. Essa deve, mai dimentica della lettera e dello spirito della Costituzione, riaffermare in giornate come questa l’orgoglio delle proprie radici, ribadire sempre la fedeltà e la coerenza rispetto alle pagine migliori e decisive della sua storia, essere protagonista di una politica di pace e per i diritti in ambito interno e internazionale, operare per la costruzione di un’Europa democratica, finalmente dei cittadini e non unicamente della finanza e dei mercati speculativi. L’utopia “concreta” del Manifesto di Ventotene e di visionari antifascisti come Spinelli, Ernesto Rossi, Colorni: prospettiva oggi più che mai attuale e degna di essere perseguita ad ogni livello.

    Il 25 aprile è una festa di tutti. Il 25 aprile deve poter unire tutti gli italiani e tutti gli amanti della libertà in una comune fede repubblicana e costituzionale perché comune e condivisa è stata (ed è oggi confermata) la volontà del popolo italiano di reagire alla ferocia del nazifascismo e di darsi istituzioni libere e democratiche. Le elezioni passano, scandiscono le fasi della vita democratica, i governi e gli uomini cambiano, la contesa tra le parti può e deve essere aspra, ma ciò che viene prima di tutto nella nostra vita pubblica è l’impegno collettivo per il bene comune, per il benessere dei cittadini, per il lavoro, per l’ambiente, per la crescita civile e sociale, per la traduzione difficile ma concreta nella realtà dei principi costituzionali.

    Respingiamo pertanto con forza le contestazioni degli estremisti, i revisionismi interessati, le provocazioni di chi – come è accaduto in queste ore a Todi, in Umbria – vorrebbe addirittura cancellare o privare di significato queste celebrazioni, riscrivere la storia stravolgendo i fatti e negando le più elementari verità. La dura, durissima realtà della “guerra civile”, secondo la celebre definizione dello storico Claudio Pavone, o il dovere dell’umanità verso i vinti non possono parificare torti e ragioni, né occultare colpe e responsabilità. Non soltanto il sonno della ragione, infatti, ma anche il sonno della memoria genera mostri, riapre le ferite della storia, prepara il terreno per il sorgere di nuove tensioni e nuovi conflitti, ci spinge inesorabilmente a rivivere i momenti più bui.

    Ceregnano, Rovigo, il Polesine hanno pagato con il prezzo del sangue la volontà di prendere parte all’epopea della Resistenza e della lotta di liberazione: hanno voluto con forza riappropriarsi della libertà e della convivenza civile, potendo da subito contare sul coraggio e sull’impegno della parte migliore della gioventù. Lo si ricordi – non solo il 25 aprile – nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, nei consigli comunali e nelle scuole, nelle nostre strade. Si ricordino i nomi di chi si è sacrificato, le pagine più tristi e quelle più esaltanti, si esplorino nuove occasioni e nuove vie anche per trasmettere il ricordo e la memoria, come fortunatamente è stato fatto in questi ultimi anni con gli articoli, i libri, le mostre fotografiche, ma anche i documentari, i film, un serio lavoro di ricerca e di approfondimento che – come nel caso del film “Presi a caso” sull’eccidio di Villadose – ha visto finalmente in prima fila una nuova generazioni di studiosi, intellettuali, artisti.

    Il racconto della democrazia passa oggi anche dai nostri paesi e dalle nostre strade, dalla memoria di chi – dall’Alto al Basso Polesine, passando per Ceregnano – scelse coscientemente di essere “partigiano” e di combattere per la libertà della patria. Camminare sulle orme dei resistenti è certamente anche un modo per indagare sulla nostra storia e per ripercorrerne le tracce, per crescere e per diventare o per riscoprirci cittadini – cittadini maturi, coscienti, esigenti.

    Il 25 aprile significò la possibilità di scrivere una pagina inedita della storia italiana. Una pagina entusiasmante. Nuovi i discorsi, nuove le idee, ma nuovi anche gli attori che stavano su quella drammatica scena. La nostra Resistenza, come è stato scritto, “unico grande moto popolare nella storia dell’Italia moderna”, collegato alla Resistenza europea, fenomeno transnazionale di larga lotta popolare diffusa nei Paesi soggetti all’occupazione tedesca, ebbe dei caratteri indubbiamente originali. Fu una lotta contro il nemico esterno, contro l’invasore, e una lotta contro il nemico interno, per abbattere una dittatura che aveva dominato la penisola per ben vent’anni, ricacciando indietro il popolo italiano. E fu, non da ultimo, un movimento di emancipazione sociale, che vide la partecipazione di ceti popolari fino ad allora estranei alla vita politica e puntò alla costruzione di uno stato nuovo, di una democrazia più giusta, capace di rappresentare le aspirazioni delle parti più povere del nostro Paese.

    Si trattò dunque di un movimento nuovo nella storia d’Italia, per certi versi di un “secondo Risorgimento”, come ricordò anche il presidente Ciampi, di una reazione prima morale e poi politica alla guerra e alla dittatura. Un movimento composito e articolato, sia per appartenenza politica che per stratificazione sociale interna, ma – in definitiva – è questo il momento in cui il popolo italiano torna ad essere il vero protagonista della propria storia, riprende in mano il proprio destino. Possiamo dirlo ancora oggi senza aver paura di spendere troppa enfasi. Per tornare alle parole di Claudio Pavone: “Animata come era da profondi impulsi di emancipazione sociale, fu anche, nell’animo di una parte importante e attiva di coloro che vi parteciparono, una guerra rinnovatrice. In questo senso si può e si deve parlare della Resistenza come di un movimento universale, che trascende l’occasione che l’ha generata e i risultati raggiunti”.

    E in questa lotta per la patria e per la libertà confluirono le più diverse ispirazioni e diversi ideali politici. Nel grande progetto comune si ritrovarono, con il supporto degli Alleati, che avanzavano da sud lungo la penisola, e fianco a fianco, non senza difficoltà e contraddizioni, comunisti, cattolici, socialisti, azionisti, laici, monarchici, liberali… Sopra ogni cosa, tuttavia, stava la volontà di uscire dall’incubo della dittatura e dell’occupazione nemica.

    Oggi a distanza di settantatré anni da quel “mitico” eppure decisivo, eppure terribilmente reale 25 aprile 1945, è possibile rileggere le pagine della Resistenza forse in modo più completo e maturo, ben consapevoli di come sulle basi di quella lotta si sia poi riusciti a realizzare una società democratica, in grado di produrre diritti e benessere, in grado di far rialzare la testa al nostro Paese e di fargli trovare un posto sicuro tra i paesi civili e tra la democrazie in Europa e nel mondo.

    Noi siamo i figli di questa straordinaria esperienza, di uno straordinario patrimonio di sangue e di valori, di storie e di battaglie. Siamo i figli e gli eredi di una grande e irripetibile lotta per la democrazia. Abbiamo il dovere di cercare di esserne degni e di difendere le conquiste di questa lunga lotta contro ogni abuso e contro ogni nuovo tentativo di farci tornare indietro.

    Diego Crivellari

Leave a reply.