• Zingaretti Nicola a Padova

  • Caste, èlite, silenzi (vergognosi)

    Si sa che la coerenza sembra non essere più una virtù necessaria sulla scena pubblica italiana. Non ha pressoché alcuna conseguenza per una parte di elettorato che un giorno si minacci l’impeachment del Presidente della Repubblica e il giorno dopo lo si vada a trovare come nulla fosse. O che si dica alla vigilia della campagna elettorale “Mai con Salvini, fa schifo” e poi ci si fa un governo insieme. Non è un fatto secondario, perché la cifra di questo governo sarà fatta di parole di fuoco per il popolo dei propri tifosi e una compiacenza di fatto per poteri che non vanno disturbati.

    Ma la democrazia vive di confronti e di controlli. E noi che stiamo all’opposizione abbiamo il dovere invece di parlare e di non scoraggiarsi nel ricordare i presupposti della vita democratica. Prima o poi i conti si dovranno fare ed anche questa leggerezza nel dire tutto ed il contrario di tutto – per il momento senza pagare dazio – verrà giudicata.

    Il governo del cambiamento, il popolo contro le élite? E io dico che nel nuovo Governo le élite, le solite élite dei poteri immutabili, ci sguazzano. Con il probabile esito che i cambiamenti riguarderanno la propaganda e che gli interessi solidi non saranno toccati.

    Di Savona ho già detto, ha attraversato per decenni tutti i cosiddetti poteri forti del paese, da Banca d’Italia, a Confindustria, a rappresentante di fondi di investimento a Londra e in Lussemburgo (trasparenza, trasparenza) da Ministro naturalmente, a presidente di Impregilo dove faceva un po’ di cosmesi fiscale e manovrava con Dell’Utri per ottenere gli appalti del Ponte di Messina, uno dei grandi scandali del centro destra insieme al Mose (ah sì, è stato anche presidente del Consorzio Venezia Nuova).

    Il Presidente del Consiglio, al netto di qualche ottimistico rimaneggiamento del curriculum, è il tipico rappresentante di mondi che allignano nell’immutabile potere della burocrazia romana. Tanto per dire è vicepresidente del Consiglio della Giustizia amministrativa. Pensate che si entri lì senza il consenso dei poteri burocratici?

    Abbiamo al Governo anche un generale dell’Arma dei Carabinieri. Viva l’Arma, è passato il tempo in cui ci si preoccupava dei carabinieri nei loro incroci con la politica (generale Di Lorenzo e dintorni). Un generale dei carabinieri contro l’establishment? Mah, sarà positivamente contro la malavita, credo.

    Il Ministro della Difesa è Elisabetta Trenta. Ricercatrice presso il Centro Studi Militare di Studi Strategici. Un ente del Ministero della Difesa. Che si colloca all’incrocio necessariamente un po’ oscuro tra attività di studio e copertura di operazioni dei Servizi Segreti. L’attuale Ministro risulta che abbia presieduto una società che reclutava mercenari per le guerre in vicino oriente. A proposito di conflitti di interesse è sposata con un colonnello dell’Arma ai vertici di Segredifesa, ufficio che si occupa di tutti i contratti della Difesa. Il popolo contro le élite?

    Il Ministro del Tesoro. Persona seria ed affidabile. Da sempre nell’entourage dei controllori della spesa. Sodale di Renato Brunetta. Presidente della Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Organo della Presidenza del Consiglio che ha il compito di selezionare, reclutare e formare i funzionari e i dirigenti pubblici. Pensate che si abbia questo ruolo senza il consenso dei vertici dell’alta burocrazia?

    Persone competenti quindi? Sì, queste sì e questo è positivo, al di là di giudicare poi dai fatti. Ma sono certamente parte della “casta”, delle élite del paese, che delle élite hanno goduto di vantaggi e della immutabilità di poteri che sopravvivono ad ogni mutamento politico… Ecco, altro che uno vale uno, delle competenze c’è bisogno. E hanno scelto competenze ben ammanicate nei poteri. Per il potere tutto si fa. E il famoso apriscatole è scomparso dall’orizzonte.

    E naturalmente i garruli “intellettuali” di sinistra che hanno invitato a votare i grillini, indignati per la pochezza del PD sono diventati muti. Non hanno nulla da dire sul fatto che grazie anche ai loro voti diventa Ministro “della Famiglia” un signore che pensa che l’omosessualità sia una malattia, che di famiglia ce n’è una sola, che l’aborto è un femminicidio. Altro che lamentele perché non fu approvata (non avendo i voti) la step child adoption. Ce l’avevano con Minniti e con i loro voti si ritrovano Salvini, alleato con i fascisti dell’Est. Parole d’ordine di una destra radicale. Tutti zitti.

    Sto con Michele Serra, che ci invita nel fare opposizione “a tenere gli occhi bene aperti, la guardia alta e soprattutto la mente serena. È quello che si deve cercare di fare. Buona opposizione a tutti”.

    Giaretta Paolo

  • I lavori al ponte sul Po sono un banco di prova per la Regione

    Venezia, 21 marzo 2018 – “I lavori al ponte sul Po sono un banco di prova per la Regione: ottenga tempi certi e l’esonero dal pedaggio autostradale per i residenti”

    “I lavori del ponte sul Po sono un banco di prova per i rapporti tra Anas e Regione, vedremo se la ‘parità di ruolo’ rivendicata nella nuova governance di Veneto Strade, nonostante la cessione delle quote, è reale o pura fantasia”. A dichiararlo è il consigliere del Partito Democratico Graziano Azzalin che ha presentato un’interrogazione a risposta scritta sulla chiusura per lavori di manutenzione del ponte sulla Statale 16 a Pontelagoscuro, nel comune di Occhiobello.

    “La Regione non deve chiedere, bensì ottenere impegni certi sulla durata del nuovo intervento e sulla possibilità, come già accaduto in passato, di ottenere per i residenti l’esonero dal pagamento del pedaggio tra i caselli Occhiobello-Ferrara Nord dell’A13 per tutto il periodo dei lavori. L’assessore De Berti ha promesso di essere ‘l’incubo di Anas’ per avere una migliore manutenzione delle strade, la aspettiamo alla prova dei fatti”, afferma ancora il consigliere dem polesano.

    L’intervento dovrebbe cominciare a metà maggio e durare circa quattro mesi, con chiusura completa del traffico sul ponte e il tratto autostradale come percorso alternativo per collegare le province di Ferrara e Rovigo. “I disagi sulla viabilità sono evidenti, considerando che ogni giorno si spostano tra le due sponde del Po circa 20mila persone. Se Anas non avesse trascurato per anni il ponte, non ci troveremmo in questa situazione. Hanno ragione i Comuni di Occhiobello e Ferrara a chiedere una riduzione dei tempi di esecuzione, prevedendo tre turni di lavori nei cantieri, ancora però non hanno ottenuto risposta. La Regione deve quindi farsi garante, senza se e senza ma. Discorso identico per quanto riguarda il pedaggio: non possono essere scaricate sui pendolari le inefficienze di Anas, che dovrà raggiungere un accordo con Autostrade per avere gratis il passaggio tra i due caselli”.

    Graziano Azzalin _ Consigliere Regionale PD

  • Con la Brexit il Veneto rischia di perdere due miliardi di euro

    Venezia, 20 marzo 2018 – Fondi europei, sabato a Vicenza convegno organizzato dal Pd che lancia l’allarme: Con la Brexit il Veneto rischia di perdere due miliardi di euro.

    “Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, dopo il 2020 il Veneto rischia di perdere 2,1 miliardi di fondi strutturali comunitari. È un argomento che va affrontato apertamente, aspettando anche il prossimo Governo che, in sede di Commissione, dovrà dire quale scenario intende sostenere: più o meno Europa?”. L’allarma arriva dal gruppo regionale del Partito Democratico, che ne discuterà sabato prossimo, 24 marzo, dalle 9.30 alle 12 al Viest Hotel nel corso del convegno ‘Le Regioni e l’Europa, due miliardi in meno’ dove interverranno il capogruppo dem Stefano Fracasso (che concluderà i lavori), la consigliera Francesca Zottis, Pierluigi Boda (responsabile #Cohesion Alliance, Comitato europeo delle Regioni), l’europarlamentare Damiano Zoffoli, Marco Dus (consigliere comunale di Vittorio Veneto) ed Enrico Peroni (responsabile Europa del Pd Veneto). L’introduzione è affidata a Stefano Campolo dell’associazione Eudem.

    “A causa della Brexit – ha spiegato il capogruppo Stefano Fracasso – mancheranno circa 100 miliardi al bilancio europeo. Quali saranno gli scenari futuri? Ci saranno dei tagli ai fondi strutturali oppure verrà chiesto un contributo maggiore agli altri Paesi? Con la ‘sforbiciata’, comunque, due scenari su tre non comprendono né il Veneto né le altre regioni dell’Italia centrosettentrionale, con i fondi destinati solo alle Regioni in difficoltà che devono recuperare il gap. Per questo è urgente sollevare il dibattito, da parte nostra presenteremo una mozione in Consiglio regionale e ne prepareremo una analoga per tutti i Consigli comunali”.

    Sull’importanza delle risorse europee ha insistito la consigliera Francesca Zottis: “Una parte dei Fondi europei di sviluppo regionale fanno parte del Por Fesr dedicati ai progetti di sviluppo, programma che coinvolge settori trainanti del Veneto come per esempio il settore ricettivo turistico. Finora questi soldi sono stati ben utilizzati, spendendo 180 dei 248 milioni disponibili, avviando 49 bandi e finanziando 1491 domande. Se non agiamo rischiamo di perdere, oltre ai finanziamenti Fesr, anche quelli per la formazione-lavoro Fondo sociale europeo e il miliardo per l’agricoltura previsto dal Piano di sviluppo rurale. Dobbiamo far capire che indebolendo le Regioni più virtuose, che fanno da traino, si penalizzano anche quelle più svantaggiate”.

  • Sanità, il Pd chiede mille posti in più

    4 ottobre 2017 -Ma la maggioranza in consiglio regionale e la giunta negano i problemi e bocciano la proposta

    Il Partito Democratico in Consiglio regioonale del Veneto ha chiesto formalmente di ridiscutere le proposte dei medici di base e di aumentare entro la primavera del 2018 il numero di posti letto negli ospedali di comunità. Il capogruppo Stefano Fracasso, a nome delle minoranze, ha richiesto «la riapertura delle trattative con i medici di medicina generale, l’immediato avvio in commissione della legge regionale sulle Ipab e l’attivazione entro aprile 2018 di 1.000 nuovi posti letto negli ospedali di comunità».

    Il Piano socio-sanitario 2012-2016, ha ricordato Bruno Pigozzo, ormai scaduto, è stato prorogato ad aprile 2018. «Rimangono alte le aspettative sull’attivazione di nuovi servizi territoriali. Invece ci troviamo con 1.219 posti letto in meno, e con la sola proposta di 1.263 nuovi posti letto nelle strutture intermedie, ma neanche uno di questi è stato finora attivato. I medici lamentano forti squilibri nel sistema e lo hanno detto chiaro e tondo nel corso delle audizioni in commissione. Inoltre, la spesa farmaceutica, poi, è fuori controllo. E per quel che riguarda le medicine di gruppo integrate, la situazione è bloccata, con solo 55 strutture attive su 86».

    La Lega Nord, il gruppo Zaia e lo stesso assessore alla sanità Coletto, rifiutano però di vedere i problemi. Il Consiglio ha purtroppo respinto la mozione proposta dal Partito democratico.

    Nelle prossime settimane, il Pd veneto incontrerà i vertici dei sindacati dei medici di base per elaborare una proposta alternativa che assicuri ai medici condizioni di lavoro tali da garantire il diritto alla salute di tutti i cittdini.

  • Festa del l’Unità di Padova

  • 6 SETTEMBRE ORE 21.00 – MATTEO RENZI A PADOVA

  • PORTI POLESANI ED IDROVIA IN SINERGIA CON IL SISTEMA VENETO

    VENEZIA 28/08/2017 – Il deputato Diego Crivellari della Commissione Trasporti della Camera dei Deputati ed il Presidente del Consvipo Angelo Zanellato hanno incontrato ieri il Presidente dell’Autorità Portuale di Venezia Pino Musolino ed il neo incaricato Segretario Generale Conticelli: Logistica, vie d’acqua ed il Delta del Po integrati con lo sviluppo della portualità regionale.

    Le vie d’acqua polesane ed il Delta del Po sempre più integrati con il sistema portuale del Veneto>. Con queste parole la sintesi degli obiettivi e delle proposte emerse nell’incontro a Venezia tra il Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale di Venezia Pino Musolino, il segretario generale dell’Autorità Martino Conticelli con il deputato polesano Diego Crivellari e il Presidente del Consvipo Angelo Zanellato.

  • Una città da risanare – Paolo Giaretta

    Pubblicato il 26 giugno 2017, da Realtà padovana

    Ci sono le ragioni di una grande festa. La vittoria di Padova per noi padovani fa mettere in secondo piano tutto il resto.
    Un primissimo commento sulle ragioni della vittoria. Si è riusciti a realizzare una mobilitazione di popolo. Di campagne elettorali ne ho viste e fatte tante, ma la novità di questa è stata la quantità di persone che si sono mosse senza precedenti esperienze di impegno politico diretto. Hanno fatto la differenza. E per questo vanno tutti ringraziati perché è stata una mobilitazione essenziale per la vittoria

    Ha funzionato la formula. Ci sono state polemiche molto acese quando non si fecero le primarie. Anche con insulti, perché i faziosi non mancano mai. Ma sono contento che i fatti abbiano dimostrato che avevo ragione a sostenere che le mancate primarie avrebbero potuto essere una risorsa, consentendo ad ognuno dei due candidati di esplorate fino in fondo i propri potenziali elettorati. La vittoria per 3400 voti fa capire che probabilmente non sarebbe avvenuta senza due fattori necessari: la capacità di Giordani di mobilitare un elettorato moderato e quella di Lorenzoni di riorganizzare sulla sfida di governo un campo progressista/ambientalista.
    Poi sono stati bravi i due candidati a trasmettere un messaggio forte di coesione e di rapporto di fiducia, un clima ben diverso da quello della volta scorsa.

    Comunque si conferma: Padova è una città a metà, il centro destra resta forte e per vincere bisogna sempre inventarsi qualcosa.

    Quella di Bitonci al ballottaggio è stata davvero una campagna indecorosa, fatta di insulti, di denigrazione personale, di bugie colossali. Però attenzione, purtroppo ha funzionato. Non sufficiente per vincere ma per andarci vicino. Leggiamo i dati in valore assoluto che sono sempre quelli che si avvicinano di più alla realtà. Bitonci tra il primo ed il secondo turno sale da 39.413 voti a 44.488. Non bastano i teorici 1528 voti della lista Sposato a spiegare la crescita. Ci deve essere stato un elettorato M5S che ha contribuito oltre a parte delle liste minori a destra. E comunque i messaggi terroristici sui centri sociali al potere, l’esproprio delle case, le moschee dappertutto hanno mobilitato pezzi di elettorato.

    Nel caso di Giordani al secondo turno come c’era da aspettarsi non arrivano tutti i voti della somma dei due elettorati. Ne arrivano parecchi di meno. Avrebbero dovuto essere 50.950 sono stati 47.888. Tenendo conto che qualche voto M5S sarà arrivato c’è stato una perdita di voti sia nell’area centrista, spaventata dalla ossessione dei centri sociali (!?!, mitica figura retorica) e in certi settori della Sinistra più radicale mai contenti e sfuggenti alla responsabilità di governo.
    Ora appunto la sfida del buon governo. L’eredità tossica di Bitonci è quella di una città divisa, in cui sono cresciuti rancori e paure. È impressionante anche la distribuzione territoriale del voto: centro ed estreme periferie a Bitonci, la città di mezzo a Giordani. Da qui bisogna ripartire con un grande sogno positivo sulla città, con le giuste ambizioni e con la concretezza del fare. Per risanare questa città divisa e dargli un futuro. E’ possibile, le risorse politiche, ideali e motivazionali ci sono. Bisogna sfruttarle tutte con convinzione.

    Sen. Paolo Giaretta

  • Azzalin, l’ultimo giapponese: «La Lega sta tornando ai suoi vecchi obiettivi secessionistici, ma usa strumenti più raffinati»

    VENEZIA  23 febbraio 2017 – Graziano Azzalin, l’ultimo giapponese. Sul referendum per l’autonomia ormai pure il Pd s’è scansato, astenendosi dopo anni di voti contrari. Lei no: l’unico puntino rosso, martedì sul tabellone del consiglio, era il suo. «Resto coerente con me stesso. Ho sempre sostenuto che il referendum è inutile, 14 milioni buttati via, e non cambio idea. Facciamo ai veneti una domanda di cui conosciamo già la risposta». «Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e particolari condizioni di autonomia?». «Davvero pensiamo che qualcuno dirà di no? Maddai, non prendiamoci in giro». Diranno i leghisti: Azzalin è contro l’autonomia. «E si sbagliano di grosso perché io non sono contro l’autonomia, sono contro il loro inutile referendum e contro il tempo che ci stanno facendo perdere. È dal giugno del 2014 che Zaia mena il can per l’aia: dove saremmo adesso se avesse iniziato allora il negoziato col governo? Condivido il fine, non lo strumento».

    Diranno i Cinque Stelle: Azzalin non vuole ascoltare la voce della gente. «Democrazia è partecipare e decidere. Qui si partecipa ma non si decide un bel niente, si rimette tutto nelle mani di Zaia. Che democrazia è questa?». Dice il presidente che per trattare col governo ha bisogno di una forte investitura popolare. «Perché scusi, il consenso che ha ottenuto nel 2010 e più ancora nel 2015, quando tutta la sua campagna elettorale si è giocata sul tema dell’autonomia, non conta nulla? All’ultimo giro Zaia ha conquistato un milione di voti, lo ha scelto un Veneto su due. Mi pare abbia piena legittimazione per sedere al tavolo a Roma». Ascoltare il popolo, fosse anche per due volte sullo stesso argomento, non può dirsi una tragedia. «Se non fosse che ci costerà 14 milioni, una cifra enorme che in tempi di bilancio all’osso poteva essere spesa in modo decisamente più proficuo». Lei sostiene che 5,5 milioni sarebbero bastati. Conferma? «Il vice presidente Forcolin ha dato in aula numeri diversi e mi riservo di verificarli. Si sono basati sul referendum sui buoni scuola del 2002 ma da allora il numero dei seggi è sceso. Comunque il problema è politico, non finanziario».

    Teme il plebiscito per Zaia? «Per carità, sono sicuro che la democrazia reggerà l’urto ma sgombriamo il campo da un equivoco, questo non è il referendum dei veneti, è il referendum di Zaia, serve alla sua campagna elettorale permanente. E segna un ritorno alla Lega vecchia maniera, anti Stato, anti Roma, secessionista. Usa strumenti più raffinati ma gli scopi sono quelli di una volta e la prova sta nel fatto che il governatore non ha mai smentito i suoi consiglieri che in aula hanno detto: questo è soltanto il primo passo verso l’indipendenza». Per lei sarà solo uno spot. Ma la delibera con cui si delineano i contenuti della futura trattativa col governo esiste, sta tutto nero su bianco. «L’ho letta. È una proposta irricevibile, fatta apposta per farsi dire no e continuare a inveire contro Roma per altri dieci anni, lucrando consensi. Sa cosa sta scritto in quella delibera? Dateci tutte le materie del 116, più quelle del 117, lasciateci i nostri tributi e vogliamo i 9/10 di Irpef, Ires e Iva. Siamo ben oltre Trento e Bolzano, si tenta di scardinare l’Unità della Repubblica. E difatti non passerà mai». Resta il fatto che, dopo 3 anni di battaglie, pure i suoi compagni di partito si sono infine astenuti. «E a mio modesto parere hanno sbagliato. Così ci si accoda al pensiero unico zaiano, temendo il populismo, “la gente” come si dice adesso. Il nostro “no” aveva ed ha solide ragioni, condivise da Renzi, da Gentiloni, da tutti i nostri ministri. Perché vi abbiamo rinunciato? Così saremo per sempre subalterni alla Lega».

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