• Il sottosegretario Andrea Martella in Polesine

    Venerdì 22 novembre, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Andrea Martella effettuerà alle 15.30 un sopralluogo alla Sacca di Scardovari per i danni provocati dalle mareggiate della scorsa settimana. Successivamente nella sede del Consorzio incontrerà le rappresentanze dei pescatori e le autorità locali, accompagnato dal consigliere regionale del Pd Graziano Azzalin.  Alle 18, invece, Martella sarà a Rovigo per l’assemblea pubblica del Partito Democratico in Pescheria Nuova: prima dell’inizio dei lavori (17.45) incontrerà la stampa.

     

  • Commemorazione. Il rastrellamento di Stienta, 26 ottobre 1944

    Nell’estate del 1943 la caduta di Mussolini e, poco dopo, l’annuncio dell’armistizio con gli angloamericani diedero vita ad una diffusa e spontanea esplosione di giubilo popolare in tutta Italia, una generale soddisfazione che tuttavia non sapeva e non poteva prevedere la fase difficile, violenta e sanguinosa verso la quale si stava avviando il nostro Paese. Il mattino successivo alla fatica data dell’8 settembre 1943 si apriva con questa scena: un gruppo di giovani di Stienta che si reca con un camion sul ponte del Po a Santa Maria Maddalena e, da quel punto, preleva due mitragliatrici, più numerose munizioni abbandonate dai militari di guardia, che sarebbero poi state trasportate e custodite nella località di Zampine, uno dei centri dai quali, nelle settimane e nei mesi seguenti, si sarebbe sviluppato il movimento partigiano. Tra questi giovani, Emilio Bonatti, colui che diventerà il Comandante Murin, tra i principali animatori della Resistenza in Polesine e, dopo la guerra, dirigente politico, amministratore, parlamentare comunista, presidente dell’Anpi. In quella fase concitata, di incertezza e sbandamento, mentre veniva costituita la Repubblica di Salò, diversi giovani polesani – dall’Alto Polesine al Delta del Po – si incontravano per costituire i primi gruppi spontanei di “resistenti” alla restaurazione del fascismo. Un fascismo vecchio e insieme “nuovo”, un seme violento innestato su un regime piegato ai voleri dell’occupante tedesco e attraversato, oltre che da velleitarie istanze di socializzazione, da spinte estremistiche, da progetti di rivalsa e pulsioni di vendetta, da un livido culto della violenza e della morte. Già nel mese di settembre del ‘43, a Rovigo, la nascita del regime fascista repubblicano si annunciava, tragicamente, con i primi rastrellamenti nella comunità ebraica di Rovigo effettuati da agenti della polizia fascista e da soldati tedeschi. Le prime vittime: donne anziane, inermi, destinate ai campi di concentramento nazisti. Eppure, mi sembra che ritornando su questi eventi non possiamo limitarci a parlare di una presunta “morte della patria”: è nella Resistenza, dentro questo movimento che si organizza, spesso in modo spontaneo e oltre le appartenenze politiche e ideologiche, che possiamo piuttosto veder nascere la coscienza di una nuova patria, libera, democratica, repubblicana, fondata sulle energie del lavoro.

    In Polesine, la guerra si farà presto cruenta e spietata, con attentati, rappresaglie, violenze, stragi. In particolare, i rastrellamenti saranno numerosi e diventeranno quasi quotidiani. Inizialmente rivolti alla cattura di lavoratori da inviare in Germania, si trasformeranno in operazioni sempre più violente condotte contro i renitenti alla leva e contro i partigiani, mantenendo sempre, tuttavia, un obiettivo in realtà anche più ampio. Portare violenza, distruzione, rassegnazione, demoralizzare, fiaccare la popolazione, estirpare sul nascere ogni possibile anelito di libertà. Come spiegherà, durante uno dei processi celebrati dopo la fine del conflitto, la Corte d’Assiste Straordinaria di Rovigo: “E’ noto che i rastrellamenti, avessero per scopo la cattura o l’uccisione di cosiddetti ribelli o rappresaglie o altri fini (…) si risolvevano in operazioni a mano armata per opera di molte persone e conseguentemente avevano la massima attitudine a generare terrore non solo nelle bande dei patrioti, ma anche in quelle persone che sarebbero state disposte a prestare aiuto e assistenza”. Il vero e proprio clima di terrore causato dai rastrellamenti e dalle rappresaglie, come è stato notato da un giovane studioso polesano, Gino Bedeschi, autore di uno studio analitico sul fascismo di Salò nella nostra provincia, doveva scuotere nel profondo il morale delle popolazioni e “indurle a venir meno ai loro doveri di fedeltà verso lo stato italiano”, cioè verso quello stato italiano che adesso si trovava in guerra contro la Germania nazista.

    Il rastrellamento di Stienta di settantacinque anni fa è stato il più massiccio tra quelli che vengono effettuati nel Polesine durante la guerra e il periodo di Salò, con dispiego di uomini e mezzi. In questa tragica occasione, i fascisti possono contare anche su di una divisione tedesca che si stava dirigendo verso la Linea Gotica. E’ l’alba del 26 ottobre 1944, quando 1.400 soldati tedeschi e 500 militi della Brigata Nera e della GNR accerchiano la località di Zampine, avanzando con autoblindo e mitragliatrici, come è stato raccontato, “sotto forte pioggia e vento gelido”. Durante la vasta operazione, i nazifascisti rastrellano 2.800 persone e le riuniscono sulla piazza di Stienta, per il riconoscimento e gli interrogatori. Gli antifascisti più noti sono oggetto della violenza che non tarda a mnifestarsi, gli arrestati sono 255 e identificati come partigianidisertorirenitenti. L’inizio di un calvario che porta fino al campo di concentramento di Dachau. I più fortunati riescono a fuggire. Durante il rastrellamento vengono saccheggiate e distrutte le abitazioni di vari cittadini, mentre ad un altro centinaio di famiglie saranno sottratti beni per un valore pari a circa due milioni di lire dell’epoca. Il partigiano Bellino “Tito” Varliero viene sommariamente fucilato con quattro partigiani della sua banda: i corpi di Varliero e quelli di due russi, appena trucidati, sono infine portati nella piazza di Stienta.

    Per chi, ancora oggi, fosse incline a pensare ad una relativa “mitezza” dei fascisti italiani rispetto ai soldati tedeschi, può essere utile citare la relazione del comandante della GNR Vittorio Martelluzzi, all’indomani del rastrellamento: “Le forze, schierate in formazione accerchiante, hanno mosso dalle rispettive posizioni alle ore 6,30 del mattino anziché alle 5,30 come era previsto. Le notizie giunte all’UPI circa lo svolgimento delle operazioni nei particolari, l’esito del rastrellamento, se non è stato del tutto positivo è stato soddisfacente e sarebbe stato molto più redditizio se l’errata interpretazione di un ordine da parte di un reparto germanico non avesse fatto in modo che i partigiani catturati alle Zampine, portati al punto di concentramento, non fossero stati messi insieme agli uomini dei paesi di Fiesso Umbertiano, Occhiobello e Stienta, rastrellati dai camerati germanici. (…) Dei duemila e ottocento rastrellati sono stati trattenuti tutti gli uomini appartenenti alle classi richiamate alle armi nel numero di 255 i quali furono portati a Rovigo e messi a disposizione di questo UPI, presso la Caserma Silvestri…”

    In questo territorio, il movimento partigiano è stato un movimento di popolo, che ha saputo condurre la lotta di liberazione e, allo stesso tempo, preparare il terreno per la nascita della nostra democrazia. Questa, ad esempio, è la voce di Pietro Secchia, protagonista della Resistenza italiana e poi influente vicesegretario del Pci con Togliatti, che in una relazione descrive la situazione di Stienta e del Polesine nel corso del conflitto, con uno sguardo rivolto alla presenza comunista: “Attualmente il federale è costituito con due zone e il lavoro procede abbastanza bene specie nella zona di Stienta. (…) La federazione conta 970 compagni, in grande maggioranza braccianti agricoli entrati nel partito dopo il 25 luglio. La zona di Stienta, roccaforte della federazione, conta 335 compagni di cui 125 a Stienta (abitanti 4.000). 112 giovani e 20 donne”. Due notazioni interessanti di Secchia: “Vi è una sorda e palese resistenza a colpire i tedeschi”. E poco più avanti: “i compagni sostengono che i contadini non ci sono, che ci sono invece 50.000 braccianti in tutta la provincia”.

    Ringrazio l’amico Antonio Bolognesi per avermi fatto avere le parole del partigiano Emilio Ferrari, deceduto a Collegno (Torino), dove era emigrato dopo l’alluvione del 1951. Era l’ultimo partigiano della Brigata ”Antonio Bonatti” ancora in vita. Così parlava il partigiano Ferrari: “Quel rastrellamento è stato terribile. Stienta è stata circondata da una divisione di 1600 soldati tedeschi e 500 brigate nere fasciste. Erano partiti dai paesi attorno, Fiesso Umbertiano, Occhiobello, Gaiba. Alla fine i nazi-fascisti hanno preso più di 2000 persone, li hanno portati nelle scuole e al Teatro Cazzoli di Stienta e a Gaiba nella Villa Fiaschi-Stampanoni. Tanti sono stati interrogati, picchiati e alla fine molti, quasi 200, sono finiti in Germania nei campi di concentramento. Io mi sono salvato perché sono rimasto nel rifugio nelle Zampine vicino a casa”. E sulle azioni dei partigiani: “si facevano azioni di sabotaggio, andavamo sulla ferrovia nella zona tra S. Maria e Canaro a smontare i binari del treno, tranciavamo i cavi elettrici. Si rubavano anche armi e munizioni”.

    La Resistenza animata dal mondo bracciantile in Polesine ha potuto essere descritta come lotta di popolo e, anche, come guerra di classe, dai tratti peculiari: “Tutto sembra indicare, ad esempio, che lo sviluppo della resistenza armata nella bassa pianura veneta rechi il segno inconfondibile della forte coscienza di classe del proletariato rurale e della sua profonda tradizione socialista, che vent’anni di fascismo non erano riusciti a cancellare. E’ una pagina della Resistenza immeritatamente ignorata – il silenzio contadino non si smentisce […] Benché il terreno non si presti all’azione armata delle bande e alla costituzione di grandi formazioni combattenti, in alcune zone del Polesine esplode una guerriglia violenta e implacabile che semina il terrore tra i fascisti. Decine di militi neri vengono eliminati nell’estate del 1944 dai partigiani, che spesso affrontano sul terreno brevi sanguinosi scontri. Credo che nulla di simile – scrive lo storico padovano Angelo Ventura, siamo negli anni Settanta -, con pari intensità, sia dato registrare in altre parti della pianura veneta […] Il fatto è che nel Polesine la Resistenza sembra assumere il carattere di una lotta di classe, in contrasto con la linea di unità nazionale propugnata dai Cln e dagli stessi partiti di sinistra […] I comunisti del Polesine non vogliono sentire parlare di Comitati di difesa dei contadini, e giungono a sostenere che non ci sono contadini ma soltanto braccianti”.

    L’autunno del 1944 segnerà l’inizio di una fase delicata per il movimento partigiano. Il 15 ottobre vede l’eccidio di Villamarzana, con le sue 43 vittime innocenti. Nel secondo rastrellamento di Stienta, il 30 dicembre 1944, Emilio Bonatti sarà gravemente ferito negli scontri armati alle Zampine. Catturato, torturato, condannato a morte e, successivamente, trasferito all’ospedale psichiatrico di Rovigo, riuscirà ad evadere con l’aiuto di medici e infermieri. Questa nuova operazione viene effettuata dalle compagnie BN di Trecenta, Badia Polesine e Fiesso Umbertiano per la cattura dei capi partigiani Antonio Bonatti e Severino Bolognesi. I rastrellati sono una trentina, una decina le abitazioni bruciate. Durante le azioni contro i partigiani, non sono pochi i fascisti che approfittano della situazione non solo per danneggiare o distruggere i beni altrui, ma anche per compiere furti e veri e propri saccheggi. Antonio Bonatti viene portato dopo l’arresto al Teatro Sociale di Rovigo e qui torturato fino alla morte. La lingua gli viene asportata con una tenaglia, quando il partigiano è già agonizzante, in segno di disprezzo per il suo eroico silenzio. La Liberazione in Polesine arriverà il 24 aprile 1945, quando l’esercito britannico riesce a piazzare teste di ponte tra Stienta e Gaiba ed è in grado di fare il proprio ingresso nella provincia di Rovigo.

    Oggi ricordare questi fatti è per noi un dovere. Un dovere della memoria e un omaggio alle radici della nostra Repubblica. Un momento che deve unire e non dividere, una celebrazione che non è retorica, ma ci aiuta a far conoscere la nostra storia e a proiettarla verso il futuro. Dobbiamo educare i giovani e respingere con fermezza i revisionismi e le provocazioni di chi vorrebbe addirittura cancellare o privare di significato queste commemorazioni, riscrivere la storia stravolgendo i fatti e negando le più elementari verità. La dura, durissima realtà della “guerra civile”, o il dovere dell’umanità verso i vinti non possono parificare torti e ragioni, né occultare colpe e responsabilità. Non soltanto il sonno della ragione, infatti, ma anche il sonno della memoria può generare mostri, riaprire le ferite della storia, preparare il terreno per il sorgere di nuove tensioni e nuovi conflitti, spingendoci inesorabilmente a rivivere momenti bui.

    Stienta, Rovigo, il Polesine hanno pagato con il prezzo del sangue la volontà di prendere parte all’epopea della Resistenza e della lotta di liberazione: hanno voluto con forza riappropriarsi della libertà e della vita civile, potendo da subito contare sul coraggio e sull’impegno della parte migliore della propria gioventù. Lo si ricordi nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, nei consigli comunali e nelle scuole, nelle nostre strade. Si ricordino i nomi di chi si è sacrificato, le pagine più tristi e quelle più esaltanti, si esplorino nuove occasioni e nuove vie anche per trasmettere il ricordo e la memoria, come fortunatamente è stato fatto in questi ultimi anni con gli articoli, i libri, le mostre fotografiche, ma anche i documentari, i film, un serio lavoro di ricerca e di approfondimento che ha visto finalmente in prima fila una nuova generazioni di studiosi, intellettuali, artisti.

    Il racconto della democrazia passa anche dai nostri paesi e dalle nostre strade, dalla memoria di chi – dall’Alto al Basso Polesine, partendo da Stienta – scelse coscientemente di essere “partigiano” e di combattere per la patria. Camminare sulle orme dei resistenti è certamente anche un modo per indagare sulla nostra storia e per ripercorrerne le tracce, per crescere e per diventare cittadini – cittadini maturi, coscienti, esigenti. Si trattò di un movimento nuovo nella storia d’Italia, per certi versi di un “secondo Risorgimento”, di una reazione prima morale e poi politica alla guerra e alla dittatura. Un movimento composito e articolato, sia per appartenenza politica che per stratificazione sociale interna, ma – in definitiva – è questo il momento in cui il popolo italiano torna ad essere il vero protagonista della propria storia, riprende in mano il proprio destino.

    E in questa lotta per la patria e per la libertà confluirono le più diverse ispirazioni e diversi ideali politici. Nel grande progetto comune si ritrovarono, con il supporto degli Alleati, che avanzavano da sud lungo la penisola, e fianco a fianco, non senza difficoltà e contraddizioni, comunisti, cattolici, socialisti, azionisti, laici, monarchici, liberali… Sopra ogni cosa, tuttavia, stava la volontà di uscire dall’incubo della dittatura e dell’occupazione nemica.

    Lo sbocco finale di tante lotte e di tante sofferenze: la democrazia, la Repubblica, la nostra Costituzione. Una pagina davvero nuova della nostra storia nazionale. Il grande linguista Tullio De Mauro ha sottolineato nei suoi studi “l’eccezionalità linguistica della Costituzione”, cioè il suo essere un testo sorprendentemente chiaro rispetto alla tradizionale difficoltà e oscurità di tanti testi di legge, cui siamo tuttora abituati. La Costituzione italiana, entrata in vigore il 1. gennaio 1948, è un testo pensato e scritto per essere realmente fruibile e comprensibile. Da tutte e tutti.

    Tornano subito in mente le parole di Giacomo Matteotti che, esattamente cento anni fa, nel 1919, individuava come uno snodo fondamentale per lo sviluppo futuro della democrazia in Italia il superamento di un profondo squilibrio, il superamento di quella società in cui si era “o dottori o analfabeti”… Per costruire la democrazia, per creare una civiltà avanzata, servivano lo sviluppo e la rapida diffusione – in una società per molti versi ancora arretrata, caratterizzata da un enorme divario tra nord e sud, ma anche tra città e campagna – di una nuova cultura tra la masse, di un sistema educativo adeguato, “quella media cultura – scriveva Matteotti – che è necessaria per l’esercizio intelligente delle industrie, dei commerci, dell’agricoltura, cioè per lo sviluppo della ricchezza nazionale”.

    Un tema che si è riproposto con la massima urgenza, dopo la tragica fine del Ventennio fascista e con l’avvento della democrazia nata dalla Resistenza. Del resto, è il grande giurista Piero Calamandrei, nel suo discorso alla Costituente del 4 marzo 1947, ad affermare: “io credo che in questo nostro lavoro soprattutto ad una meta noi dobbiamo, in questo spirito di familiarità e di collaborazione, cercare di ispirarci e di avvicinarci. […] Il nostro motto dovrebbe esser questo: ‘chiarezza nella Costituzione’”. Non esiste vera democrazia senza chiarezza, si potrebbe dire, e non esisterebbe la possibilità di radicare una giovane democrazia senza educazione, dopo anni di violenze e di un indottrinamento che veniva dall’alto e non ammetteva critica; di conseguenza occorre far vivere un nuovo concetto di cittadinanza e bisogna far acquisire una effettiva consapevolezza dei propri diritti a tutti i nuovi cittadini dello stato democratico. Democrazia voleva dire anche riformare la lingua della politica e dei diritti, sradicare la falsa retorica del fascismo.

    Ma cosa ci dice, di più, un padre costituente come Calamandrei, in quello stesso intervento rimasto giustamente famoso? Calamandrei sostiene che a scrivere la Costituzione non siano stati loro, cioè i deputati Costituenti, e sottolinea che gli autori reali di questo documento fondamentale sono stati i protagonisti, famosi e anonimi, di “un popolo di morti”: quei morti italiani caduti in prigionia, sui monti e nelle pianure durante la Resistenza, nei mari e nei deserti, dalla Russia all’Africa.

    Queste le parole di Piero Calamandrei, che valgono ancora oggi per tutti noi e che ci parlano anche dei tanti combattenti per la libertà di Stienta e dei nostri paesi, eroi comuni, eroi silenziosi, eroi senza retorica: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.

    Diego Crivellari

  • No alla folle ed inutile schedatura su base etnica di Salvini

    Il Vicepremier Matteo Salvini ci ha ormai abituato come tutto il Governo Giallo/Verde ad azioni, decreti, circolari, fortunatamente per il Paese, inutili e di scarsissima applicabilità ed utilità, atti a creare un forte impatto mediatico per distrarre i cittadini dagli irrisolti veri problemi.

    Puntualmente ora nel momento in cui maggiormente monta lo scandalo del “rublo alla Lega” ed il ministro degli Interni incomprensibilmente non conosce neppure i parenti più stretti e non vuole riferire nulla a nessuno, questi firma la circolare con la quale chiede ai prefetti una “relazione” sulla presenza di insediamenti rom, sinti, e caminanti. Una specie di di censimento che rappresenterebbe solo il primo tassello di un piano di sgomberi cui il Viminale starebbe lavorando da tempo.
    Noi riteniamo che dietro il “contrasto al degrado” si nasconda l’ennesima operazione di distrazione ad uso e consumo dell’opinione pubblica, coperta dall’esigenza di avere dice il ministro: “un quadro dettagliato e aggiornato in tempo reale delle presenze nei campi o insediamenti teoricamente regolari di rom, sinti e caminanti, per procedere, come da programma a chiusure, sgomberi, allontanamenti a ripristino della legalità”. Perchè tornare a discriminare le persone su base etnica, richiamando un triste passato del nostro Paese? Alimentando pregiudizi di odio razziale negativi per qualsiasi società civile e democratica.

    Perchè usare “inutili” schedature e censimenti? Le parole del Prefetto stesso sulla stampa di ieri fanno emergere che alle Amministrazioni, alle Forze del Ministero degli Interni la situazione è nota conosciuta e monitorata e sicuramente legalmente seguita.

    Quindi cosa ha a che fare questo strumento, questa circolare, cosa aggiunge, ad una vera opera di contrasto delle situazioni di degrado e di sostegno alle emergenze ambientali e sociali “tutte?” Dietro la maschera della sicurezza, noi vediamo la strumentalità di un ministro che sempre più rappresenta l’immagine di uno Stato forte con i deboli, debole con i forti, incurante del danno che il continuo ravvivare sentimenti malcelatamente razzisti e xenofobi crea nel tessuto del Paese ed alla dignità del lavoro e della professionalità dell’ottimo apparato che teoricamente dovrebbe dirigere in silenzio e costruttivamente, invece di abusarne, come tutti i migliori suoi predecessori a garanzia della Costituzione e della nostra Democrazia. Per questo gridiamo ancora una volta e sempre il nostro no ad ogni forma di discriminazione.

    Giuseppe Traniello Gradassi
    Segretario Provinciale Pd

  • On. Paolo Gentiloni a Rovigo

  • GIACOMO MATTEOTTI. GRAZIE ALLE SUE IDEE OGGI E’ POSSIBILE MANIFESTARE

    Rovigo, 25 novembre 2018 – Per l’ennesima volta, il Sindaco Bergamin e tutta la sua Giunta, non paghi di tutti i fallimenti e le manifeste incapacità a condurre la Città di Rovigo, invece di dimostrarsi amministratori e rappresentanti di tutti i cittadini del nostro capoluogo dimostrano tutta la loro superficialità, pigrizia ed indifferenza che sfocia nella solita manifesta stupidità.

    L’episodio del banchetto di Casa Pound autorizzato in Piazza Matteotti ne è solo che l’ultima dimostrazione, l’accostamento autorizzato di un movimento sovranista di ispirazione dichiaratamente neofascista ad un monumento, una piazza, luogo simbolo ed immagine della Città di Rovigo, fortemente così voluto da tutte le Amministrazioni Democratiche che si sono succedute nella nostra Città, non è solo inopportuno ma indecente.

    Non sarebbe la prima volta che il Monumento al martirio di Matteotti e la relativa Piazza così com’è, realizzati in periodi diversi sono teatro di manifestazioni politiche, ma tutte ispirate alle idealità di sacrificio massimo, libertà e democrazia che la figura di Giacomo Matteotti ispira in Italia ed in tutta Europa e non ricettacolo svilito di qualsiasi estremismo perché un luogo vale l’altro.
    Proprio grazie alle idee che Matteotti rappresenta in Italia è possibile manifestare liberamente, pacificamente e tranquillamente le proprie idee ed opinioni ed è compito di ogni Pubblica Amministrazione impedirne abusi e strumentalità in ogni senso, non è solo una questione di spazi o suolo pubblico ma di una sensibilità,
    rispetto, attenzione ed intelligenza che evidentemente non albergano ormai da tempo a Palazzo Nodari.

    I Sindaci di Fratta Polesine, di Villamarzana, di Lendinara, di Stienta, di Porto Tolle….. di tutto il Polesine, nel pieno rispetto delle regole democratiche, mai permetterebbero una strumentalizzazione negativa ed offensiva dei propri luoghi della memoria martire e civile, patrimonio di una cultura di libertà e democrazia di cui tutta la Provincia è pregna; al contrario della stupida pigra indifferenza priva di coscienza civica, che “tutta” l’amministrazione comunale attuale di Rovigo ha dimostrato.

    Giuseppe Traniello Gradassi
    Segretario Provinciale PD

  • Il 30 settembre 2018 a Roma una grande manifestazione: “PER L’ITALIA CHE NON HA PAURA”

    Il 30 Settembre il Pd Nazionale ha organizzato a Roma una grande manifestazione: “PER L’ITALIA CHE NON HA PAURA” .
    Per il Pd Veneto verrà organizzato un treno speciale che fermerà a Venezia/Padova/Verona e poi andrà direttamente a Roma con 480 posti disponibili. Orari ed altri particolari non sono ancora disponibili.
    Il tutto sostenuto ed organizzato dal Pd Nazionale che chiede un contributo volontario di ca. 20 euro a partecipante.
    Data l’importanza dell’evento e del momento che il Paese sta vivendo si chiederebbe la massima diffusione e la massima partecipazione possibile.
    Siete quindi pregati sin d’ora di comunicare nominativo e numero degli eventuali partecipanti (da trasmettere al Nazionale ed al Regionale per l’organizzazione), anche di chi provvederà a recarsi a Roma con mezzi propri:
    La Segreteria sarà a disposizione per fornire ulteriori dettagli man mano che arriveranno.
    Ringraziandovi per l’attenzione, vi invio cordiali saluti

    Giuseppe Traniello Gradassi
    Segretario Provinciale PD

  • O.D.G. della Direzione Provinciale del 15 maggio 208 – ore 18.00

    Sentita la Direzione Provinciale in forma unanime, riunitasi il 17/05/2018 alle ore 21, in previsione dell’imminente Assemblea nazionale del PD del giorno 19/05/2018.
    Il Segretario Provinciale Giuseppe Traniello Gradassi con tutta la Segreteria:
    Auspica che il Partito abbia la capacità di avere una guida politica fin da subito:
    Richiede che si concretizzi un’azione politica unitaria nei modi e nella forma, per affrontare la sfida straordinaria per la ripresa di tutto il Centrosinistra che siamo chiamati a intraprendere a seguito del risultato elettorale del 4 marzo 2018;
    Ritiene che occorra, con seri tempi preparatori, dopo un necessario periodo di costruttiva decantazione, un Congresso che porti iscritti, dirigenti, militanti ed amministratori a discutere con un regolamento adeguato di: “Tesi” utili al Paese ed al Partito e non di nomi.

    Giuseppe Traniello Gradassi

  • QUERELA AL SEGRETARIO FPCGIL, L’AZIENDA ZERO HA PERSO IL BUON SENSO

    ROVIGO 21/02/2018 – L’onorevole polesano Diego Crivellari, candidato all’uninominale per la Camera dei Deputati esprime sostegno al rappresentante sindacale veneto di fronte alla possibile querela da parte dell’ente sanitario regionale.

    Si è perso il buon senso ed il rispetto delle relazioni tra le parti sociali, la minaccia di querela di parte dall’amministrazione dell’Azienda 0 ente pubblico strumentale che gestisce l’amministrazione delle Aziende sanitarie venete, nei confronti del Segretario generale funzione pubblica del Veneto FPCgil Giordano Daniele, è inaccettabile. Ancor più difficile da accettare che il ricorso ad una querela arriva da un ente pubblico, da una amministrazione dello Stato che dovrebbe perseguire assieme a tutti noi il rispetto dei diritti e delle regole del nostro Paese. La questione sollevata dalle sigle sindacali riguarda i lavoratori del comparto socio-sanitario che si lega soprattutto alla tutela del diritto alla salute dei cittadini veneti. Le cattive relazioni sociali tra rappresentanti dei lavoratori ed azienda non hanno mai portato a nulla, mentre è nel confronto tra le parti che si può rendere efficiente ed efficace l’azione dell’Azienda Zero. La Regione Veneto e l’ente sanitario dovrebbero cogliere quello che c’è di positivo nel confronto con i lavoratori e i cittadini ed evitare di brandire il ricorso ai tribunali che di fatto sembra solo una volontà intimidatoria.

    Così l’onorevole polesano Diego Crivellari candidato al collegio uninominale della Camera dei Deputati alle prossime elezioni politiche del 4 marzo prossimo.

  • SALVARE I LAVORATORI SICC: RIAPRIRE IL TAVOLO PROVINCIALE ED ENTRARE ORA NEL MERITO DELLA RISTRUTTURAZIONE

    ROVIGO 03/01/2018 – Oggi occorre considerare nel vivo il piano industriale e verificare la possibilità di rilanciare l’azienda per dare un futuro e certezza ai lavoratori.

    Da quando è iniziata la vertenza Sicc, il primo impegno preso è sempre stato rivolto ai lavoratori nel tentativo di trovare una soluzione ed una mediazione tra i bisogni delle maestranze e la stessa azienda. Obiettivi per cui mi fin da subito sono attivato. Evitare il licenziamento dei 23 poi divenuti 19 lavoratori in esubero è stato e rimarrà il principale tra questi. Ma sulle risposte dell’azienda riguardanti il piano industriale certamente occorre che le istituzioni e le parti sociali entrino nel merito per una valutazione di attenta di tali questioni.

    Il passaggio per salvare azienda e lavoratori è delicato e gli errori non sono ammessi. Il Tavolo di concertazione provinciale dovrebbe nel brevissimo periodo, e parlo di giorni, attivarsi per verificare appunto ciò che il piano dell’azienda oggi è in grado di proporre e che cosa vorrebbe mettere in pratica. Vanno considerati eventuali miglioramenti per rafforzare il vero rilancio dell’attività imprenditoriale, che deve prevedere la salvaguardia occupazionale di tutti i lavoratori. Le parti sociali hanno dimostrato di essere attente e pronte a fare la loro parte, l’azienda ha il dovere di crederci e cercare di fare tutto quanto possibile per la salvaguardia dell’impresa e con essa dell’occupazione esistente.

    Il mio appello è alle istituzioni per attivarci comunemente, nella prospettiva che il tavolo al ministero a Roma, probabilmente verso la metà di Gennaio sia fruttuoso. Lavorare assieme per consolidare questa strategia e continuo a ribadirlo, dare qualche garanzia di futuro in più a tutti e sottolineo tutti i lavoratori attuali.

    on Diego Crivellari

  • Nominati i Vice Segretari Provinciali Leonardo Raito e Bernardinello Patrizio e la Presidente Commissione Provinciale di Garanzia AVV. Anna OSti

    Rovigo, 14 dicembre 2017 – Il Segretario Provinciale Giuseppe Traniello Gradassi, ha proceduto alla nomina tre importanti cariche del partito Democratico Provinciale di Rovigo.

    “Ho il piacere di comunicare che nel completamento degli organismi del Partito Democratico Provinciale post congresso 2017 che in data odierna si è insediata la Commissione di Garanzia di sette elementi e che ha nominato Presidente l’Avvocato Anna Osti.

    Nei poteri del Segretario Provinciale è la nomina dell’Esecutivo che prende forma ufficializzando l’incarico di Vice Segretari ai Sigg.ri Leonardo Raito e Patrizio Bernardinello con i quali già dal giorno del congresso è iniziato un proficuo rapporto personale e di lavoro, presupposto essenziale per rendere più compatto coeso e competitivo il nostro Partito.

    Ringrazio la disponibilità di tutti i componenti insediati e nominati e ci auguriamo un buon lavoro.

    IL SEGRETARIO PROVINCIALE
    Giuseppe Traniello Gradassi